02 settembre 2026

C'erano una volta infermiere e infermieri

C’erano una volta le infermiere, a loro si unirono gli infermieri, persone molto giovani con una formazione essenziale, appena sufficiente per svolgere le loro mansioni con cognizione di causa, persone a cui veniva insegnato che, prima di ogni loro interesse, doveva prevalere l’interesse per la persona a loro affidata per le cure del caso. C’erano una volta infermiere e infermieri che, “sgomitando” nel tessuto operativo sanitario, richiedevano maggior riconoscimento della loro professione supportato da una formazione più approfondita atta ad assistere le persone in stato di bisogno, di qualunque bisogno. Ci sono stati infermieri e infermiere che si son fatti promotori dell’accesso all’università affinché la loro professione fosse riconosciuta quale professione intellettuale, indipendente, ben distinta dalla formazione medica e contemporaneamente indispensabile collaborante dei medici stessi. Si esultò alla stesura del profilo dell’Infermiere, alla revisione del codice deontologico, alla promulgazione della legge nazionale a conferma della professione infermieristica, del corso di laurea in Infermieristica. Tutti a testa alta Dottori. Ci sono Infermieri e Infermiere che ancora piangono pazienti assistiti negli ultimi atti della loro vita terrena; ci sono pazienti che, ancora a distanza di anni, tornano a salutare i loro infermieri con cui hanno condiviso i momenti più bui della loro vita. Ci sono giovani infermieri e infermiere che considerano quelle confidenze come delle smancerie, che nulla hanno a che fare con la loro interpretazione della professione infermieristica, decantando il loro “io sono” mentre si impongono sul paziente alla loro mercé, non considerano le richieste della persona in difficoltà improvvisamente incapace di tutto, privata della sua esistenza attuale e passata. Quando va bene, esiste il “caro”, il “tesoro”, il “tu”. Anche per gli Infermieri e le Infermiere sei “il fegato”, “la demente” , “la noiosa”. Entri in ospedale per una visita specialistica o per il ricovero di un tuo familiare e non vedi più nell’infermiera, nell’infermiere la persona con la quale interagire con più scioltezza che con il medico per dire la tua difficoltà, i tuoi timori: hai davanti a te chi della sua laurea ne fa questione solo di potere, il suo potere. Leggi nello sguardo freddo e nella postura del suo corpo l’esigenza del “ non darmi fastidio più di tanto e qualunque situazione spiacevole venga a crearsi, il primo indagato colpevole sei tu, già nel torto perché paziente”. Ti si contorce lo stomaco nel vivere lo scempio della tua professione, esercitata per decenni condividendo con i colleghi ogni attimo e senso del dovere con la massima responsabilità e preoccupazione per ogni persona di cui prendersi cura; vorresti urlare a tutti gli infermieri e a tutte le infermiere quanto stiano danneggiando loro stessi, incapaci di reagire a quel tormentone “siamo pagati poco e abbiamo un sacco di responsabilità” con l’esercitare la loro professione a fianco del malato, guadagnandosi la stima e l’apprezzamento giustificanti la richiesta del riconoscimento economico; vorresti soprattutto ricordare loro che, il malato non è la loro vittima su cui scaricare le proprie insoddisfazioni. C’erano una volta infermieri e infermiere che...amavano la loro professione.