06 agosto 2015

GRAZIE !

Grazie! Ti abbiamo abbracciato con tutto l’affetto di cui siamo capaci mentre varcavi la soglia della nostra chiesa, per la prima volta senza fra le tue la mano della tua compagna di vita, moglie e madre e sorella di noi tutti esemplare: ognuno di noi ha di che ricordare e raccontare la sua,vostra vicinanza nei nostri momenti di gioia ma, soprattutto in quelli di difficoltà. Il vostro incoraggiamento, il vostro parlare è sempre stato all’unisono l’insegnamento a credere in Dio, a rivolgerci a Gesù quale nostro unico mediatore al Trono della Grazia, cantando le lodi a Lui nella certezza della Sua giustizia, del Suo intervento. Sempre. Con costanza,con certezza,con amore. Con passo fermo e deciso, a testa alta,da solo hai percorso fra due ali di fratelli, di cui sentivi la sincera partecipazione al tuo dolore, il corridoio che ti portava in prossimità del pulpito, a fianco del feretro della tua amata: intorno il silenzio. Mi è scappato l’occhio alle tue mani : la mano che di solito stringeva quella di tua moglie, non era vuota . Tu avanzavi stringendo in essa il fondamento del vostro amore, della vostra vita: la parola di Dio, la Bibbia ed io non ho potuto fare a meno di ringraziarti, fra me e me, per quella tua ulteriore testimonianza di fermezza in Cristo. Quanto grande è, il nostro Signore!?! Chi è pari a Lui nel soccorrerci ,nel consolarci, nell’amarci? Beato l’uomo che in Lui confida ! Noi viviamo la certezza di una vita senza fine ed aspettiamo sereni il tempo di incontrarci tutti di nuovo nella gloria del nostro Dio Padre.

Storie di città: IL MARCIAPIEDE TRISTE

Anche i marciapiedi di città che noi calpestiamo incuranti donando loro continui sbuffi d'aria intrisa del profumo d'asfalto soffrono dell'aridità a cui sono costretti. Uno di loro, in un angolo poco trafficato della periferia cittadina, già depresso dal solo fatto di non essere un luogo di passaggio signorile ma, molto più di frequente, territorio annaffiato dai liquidi biologici di animali e di umani (ahimè!) spesso piangeva la sua amara sorte,certo dell'indifferenza generale. Un anonimo passerotto,venutosi a posare in cerca di qualche briciola di cui nutrirsi,captò quasi per caso il lamento di quel tratto di marciapiede dissestato: colpito e scosso dalla sofferenza neppure immaginabile di quel terreno puzzolente, non rimase indifferente. Non avendo nulla da donargli, in segno di affetto vi posò fra le crepe un tenero bacio d'affetto prima di volarsene via,raccolta la sua preziosa merenda. Il marciapiede non capì per giorni quello strano turbinio nelle sue viscere, a tratti davvero fastidioso e preoccupante per quel deformarsi del suo aspetto che avvertiva inevitabile e già metteva in conto gli ulteriori maltrattamenti di cui i passanti sarebbero stati prodighi nei suoi confronti! Non capì nemmeno tanto rapidamente perchè il suo colorito al sole uniformemente grigio, poco a poco assumesse uno strano aspetto discromico tendente al verde e, qua e là si creassero i giochi d'ombra! Fu l'arrivo di un'ape a spiegargli la bellezza e l'originalità del suo nuovo aspetto mentre passando da un punto all'altro della corolla di quello splendido fiore gli raccontava della magia nata dal bacio di un passerotto, fu l'attenzione di un bimbo sorpreso per quel fiore inatteso a donargli il giorno più bello! Felice quel triste marciapiede di periferia ritrovò la ragione di abitar quella via.

28 luglio 2015

Storie di paese: ANGOLI NASCOSTI

sapeva l'alberello di non passare inosservato, postato all'incrocio di vialetti ove ancora frammenti di roccia sopportavano i passi di pochi passanti, sapeva di poter vivere tranquillo, protetto dalle antiche mura ora silenziose e tristi non risuonando più dei canti infantili dei bimbi, del discorrere degli adulti e con cuore generoso rifioriva in continuo tentando di allietare mura e persone...

L'AQUILONE

Già il ricordo di sogni giovanili avanzava nei miei occhi e nei miei pensieri,mentre passeggiavo nel bagnasciuga chiacchierando di altro con la nuova amica, rinfrescando la memoria di giorni di mare e più ancora di notti in Valmorel,montagna delle mie montagne, trascorse a preparare giochi e materiale per la realizzazione di aquiloni con cui far sognare l’allegra masnada di bambini per la prima volta in terra d’origine dei genitori, già rivivevo quella strana sensazione di un gioco di cui non ero esperta ma, ammiravo l’evoluzione nel cielo dell’infinito a me caro piacevolmente sorpresa dal suo volteggiare di cui, credevo, i bimbi digitali non sapessero nemmeno l’esistenza quando, distratta dal ciarlare, distolsi lo sguardo da quel fragile oggetto, che credevo sapientemente manovrato affinchè mantenesse la corretta rotta di volo e mi dedicai ad altro. Sole oltremodo abbronzante, mare dalle acque così calde da essere vissuto quasi con fastidio, incapace di refrigerare nuotate esperte o appena accennate, spiagge per lunghi tratti solitarie colorate da ombrelloni oziosi, scossi a tratti da un tentativo di brezza, il piacevole diffondersi della caratteristica parlata veneziana nella cui melodia culli il tuo sorriso frequentemente interrotto da ambulanti di etnie orientali o africane carichi di ogni genere di prodotto: neanche più apri un occhio, rispondi “no, grazie “ a priori e metti ad arrostire quella parte di corpo non ancora adeguatamente ustionato. Ti osservo mentre cerco di ascoltare la voce del mare,il suo mormorio nell’infrangersi sulla riva in piccole onde avrà pur qualcosa da dirmi, aquilone elegante nella semplicità delle tue ali bianche che ti frapponi fra me ed il sole solo per alcuni momenti, in evoluzioni simili ad un inchino non so se al sole o a chi ti ammira e mi chiedo se anche tu voglia raccontarmi di te, delle mani di chi ti fa veleggiare. Non sei solo, mi accorgo all’improvviso: al tuo seguito un aquilone tutto colorato in compagnia di un altro simile e poi un altro ancora in bel ordine e poi eccone ancora uno! Seguo la parabola discendente del corteo sino all’incrocio con gli ombrelloni: improvvisamente una sagoma di giovane uomo prende forma, un giovane uomo africano il quale stancamente traina gli aquiloni in vendita. Mi coglie una sottile amarezza,forse melanconia, mentre mi chiedo se quel giovane sappia di sogni, giochi, fantasie custoditi in quei fragili oggetti di cui ora sogno si veda l’ombra nel cielo della sua terra, messaggio per la gente, per sua mamma, del suo stentato vivere in una terra sperata accogliente e generosa.

16 luglio 2015

Storie di paese: ANDAVAMO IN PALESTRA ( E NON LO SAPEVAMO)

Andavamo in palestra ( e non lo sapevamo) Non è insolito, nelle soffitte e nei sotto scala delle case di montagna, abitazioni di gente dal carattere forte,poco espansiva, abituata a sacrifici e lavori simili alle loro crode per durezza e scarse ricompense, ritrovare attrezzi e strumenti di lavoro adatti, per grandezza o capienza, ai bambini di casa. Sino a qualche decennio fa, il concetto dello “sfruttamento dei minori “ non era ancora stato elaborato; i bambini venivano coinvolti dagli adulti nelle loro attività perché, loro,come genitori o nonni, avvertivano la responsabilità di formare la loro progenie alla realtà difficile del vivere quotidiano inteso come fattiva collaborazione e condivisione, non scalata al successo individuale. Certo, i bambini avrebbero preferito trascorrere più tempo giocando fra loro, allora andavano ancora di moda le camminate nei boschi e le spanciate di frutta colta dagli alberi, tuttavia non disdegnavano le vendemmie piuttosto che la raccolta dei fagioli quando,con loro, vi erano i loro amici con i genitori, a loro volta amici dei loro genitori. Forse non era ancora molto diffuso il concetto di “socializzazione” ma, in quelle case antiche,nelle stalle o nelle “casere” la “socializzazione” era garantita. Anche i piccoli o le bambine che arrivavano dalla città, ove i figli degli anziani erano emigrati per cercar lavoro, venivano educati secondo tradizione e, per loro, era un onore poter aiutare i nonni e gli adulti in quelle che, ai loro occhi, erano strane faccende e non si aspettavano alcuna particolare ricompensa o riconoscimento: il tutto era semplicemente naturale,rientrava nell’ordinamento di quel genere di vita povera e genuina. Il veloce progresso economico, il diffondersi dell’istruzione e della cultura con i suoi nuovi, evoluti parametri di sviluppo psicofisico del bambino e la definitiva condanna dell’approccio psicopedagogico della tradizione rurale, interruppero improvvisamente quel sano tramandare le tradizioni: i nonni sbigottiti vennero messi a tacere dai loro figlioli, genitori al passo con i tempi i quali abbracciarono senza se,senza ma, le nuove teorie educative : niente lavoro per i piccoli, troppo alto il rischio di “sfruttamento”! I nonni riposero, non senza qualche borbottio, i vecchi attrezzi per i bambini nelle soffitte e nei sotto scala delle case profumate di storia, certi che i tempi, prima o poi, sarebbero cambiati. Così non è ancora: i nostri figli ed i nostri nipoti ormai sono assuefatti alle palestre di ogni genere, utilizzano meglio il computer della penna stilografica ( qualcuno non sa nemmeno cosa sia una stilografica) , viaggiano in aereo raggiungendo in poco tempo ogni angolo del mondo, non importa se delle persone incontrate non ricordano nemmeno il nome: bisogna correre, bisogna primeggiare. I racconti dei nonni,raramente si ricordano e tu, ormai sulla via della vecchiaia, ti volti indietro, Sali in soffitta e recuperi quegli attrezzi custoditi con cura: è fatica pura utilizzarli! Senza accorgertene ti sorprendi a ragionare in merito a quanti muscoli siano coinvolti nell’arte di pulire le scale di legno con spazzola di saggina,straccio e secchi d’acqua ,da portare su e giù per riempirli e vuotarli dell’acqua, quante Kcal tu stia bruciando. Sorridi : mai avevi visto in quella normale attività di vita quotidiana, tipica della tradizione rurale, una rudimentale ma , quanto mai efficace palestra! Sorridi ancora di più e rivolgi un particolare pensiero al tuo personal trainer : tua nonna, ruvida donna di montagna dalle espressioni affettive centellinate e sempre misurate.

15 luglio 2015

CHI VUOI CHE INTERCEDA PER TE ?

“Ciao, sono io, senti: ho bisogno di un grosso favore, la dr.ssa ha detto che mi fa fare il day hospital ma, io non riesco a telefonare per stabilire la data..” “Scusa, io sono in ferie!” “Ah caspita, e adesso come faccio!?!” “Io non posso far niente se non darti i numeri di telefono..” Cerchi comunque di intercedere per quella persona che con tanta sicurezza si è rivolta a te certa del tuo intervento e tu non vuoi deluderla. Un episodio come tanti altri,di cui non riporteresti una sola riga se non ti turbasse una riflessione,sempre la stessa, udita in tv da parte di un giornalista in merito all’intercessione di Maria, della Maria madre di Gesù ,fondata sul miracolo alle nozze di Cana. Torni a leggere una volta ancora il testo dell’episodio riportato nel vangelo di Giovanni, esamini il comportamento di Maria e, non trovi il comportamento di intercessione che molti vogliono attribuirle. Maria ha fatto notare a Suo Figlio che il vino era finito (come se Gesù non lo sapesse!) esprimendo un comportamento tipicamente umano al quale Gesù rispose richiamandola a mantenere il suo ruolo. Maria consigliò ai servitori “fate tutto quello che vi dirà”; non è scritto che siano stati i servitori a chiedere a Maria se potesse chiedere aiuto a Gesù. Il rimandare i servitori a Gesù,mi pare un personale atto di fede di Maria in Gesù: lei sapeva che tutto a Lui era possibile. Gesù non ha potuto sottrarsi alla fede di Maria ed è intervenuto. L’episodio per me è un chiaro esempio di come sia il rapporto personale di ognuno di noi con Gesù: noi gli diciamo il nostro problema, lo deponiamo ai suoi piedi perché sappiamo che solo Lui può risolverlo ed il Signore,vedendo la nostra fede,opera. Un rapporto personale,diretto , senza intercessione di alcuno.

09 luglio 2015

storie di paese: QUANDO IL CAMPANILE TACE

Quanto il tessuto sociale sia cambiato nel piccolo paese, incredibile ma,vero, può essere verificato osservando il campanile: le due foto scattate ieri, 8 luglio 2015,sul finire del temporale che danni stava facendo in altra zona del Veneto,e questa sera,9 luglio , mostrano senza alcun dubbio una immobilità che,almeno per una persona, è stato motivo di ritardo sul lavoro. Mia mamma, quando noi giovani brontolavamo perchè le campane di domenica,anche d'estate, iniziavano a suonare a distesa alle ore 7.00 del mattino per annunciare la prima messa, non mancava di ricordare i suoi tempi di gioventù quando, sua nonna svegliava lei e le sue sorelle alle ore 5.30 perchè arrivassero puntuali alla prima messa, ore 6.00. Mia nonna, guardava sempre al campanile quando gli uomini di casa erano nei campi a lavorare per portare loro la merenda di metà mattina mentre gli uomini tutti si rialzavano dal terreno in coltivazione al primo rintocco della campana del mezzogiorno e dei vesperi la sera. Nessuno metteva mai in discussione l'ora indicata dall'orologio del campanile,dotato di rintocco musicale a scoccare i 60 e 30 minuti., tutti gli orologi di casa venivano regolati con quello. Anche il sagrestano, membro più che attivo della comunità,sapeva e condivideva quell'abitudine perciò, quando le lancette dell'orologio del campanile per qualche incomprensibile ragione smettevano di scorrere,era sua premura urgente di chieder l'intervento di chi sapesse rimettere in funzione l'orologio seduta stante placando lo sgomento dei paesani che si sentiva appesantire l'aria. Ora son più di 24 ore che l'orologio se ne sta immobile,silenzioso,colpevole del silenzio delle campane e nessuno,tranne la persona di cui ho scritto,pare, soffra del forzato silenzio. Peccato!?!